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             Dati Giornalieri                                    Incrementi Giornalieri

Data

Positivi

Deceduti

Guariti

Totali

Incrementi Giornalieri Positivi Incrementi Giornalieri Deceduti

Incrementi Giornalieri Guariti

Totali Incrementi Giornalieri

01/03/2020

1577 34 83 1694
02/03/2020 1835 52 149 2036 258 18 66 342
03/03/2020 2263 79 160 2502 428 27 11 466
04/03/2020 2706 107 276 3089 443 28 116 587
05/03/2020 3296 148 414 3858 590 41 138 769
06/03/2020 3916 197 523 4636 620 49 109 778
07/03/2020 5061 233 589 5883 1145 36 66 1247
08/03/2020 6387 366 622 7375 1326 133 33 1492
09/03/2020 7985 463 724 9172 1598 97 102 1797
10/03/2020 8514 631 1004 10149 529 168 280 977
11/03/2020 10590 827 1045 12462 2076 196 41 2313
12/03/2020 12839 1016 1258 15113 2249 189 213 2651
13/03/2020 14955 1266 1439 17660 2116 250 181 2547
14/03/2020 17750 1441 1966 21157 2795 175 527 3497
15/03/2020 20603 1809 2335 24747 2853 368 369 3590
16/03/2020 23073 2158 2749 27980 2470 349 414 3233
17/03/2020 26062 2503 2941 31506 2989 345 192 3526
18/03/2020 28710 2978 4025 35713 2648 475 1084 4207
19/03/2020 33190 3405 4440 41035 4480 427 415 5322
20/03/2020 37860 4032 5129 47021 4670 627 689 5986
21/03/2020 42681 4825 6072 53578 4821 793 943 6557
22/03/2020 46638 5476 7024 59138 3957 651 952 5560
23/03/2020 50418 6077 7432 63927 3780 601 408 4789
24/03/2020 54030 6820 8326 69176 3612 743 894 5249
25/03/2020 57521 7503 9362 74386 3491 683 1036 5210
26/03/2020 62013 8165 10361 80539 4492 662 999 6153
27/03/2020 66414 9134 10950 86498 4401 969 589 5959
28/03/2020 70065 10023 12384 92472 3651 889 1434 5974

venerdì 27 marzo 2020

Coronavirus: sintomi, farmaci, tamponi. I consigli degli esperti

Cominciano a vedersi gli effetti delle misure di contenimento attuate dal Governo per combattere il coronavirus, anche se non c’è ancora alcuna certezza che i contagi stiano rallentando. Anzi, dopo alcuni giorni di speranza, in Lombardia il numero di contagi è nuovamente salito. Proprio per questo è il momento di tenere la guardia alta, restare a casa ed evitare errori che potrebbero esporre a rischi noi stessi e gli altri.

Abbiamo dunque pensato di rispondere ad alcune delle domande più frequenti sul coronavirus, basandoci sulle indicazioni fornite dagli esperti del ministero della Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità e dai medici di base.

QUALI SONO I SINTOMI DEL CORONAVIRUS?

A rispondere direttamente a questa domanda è l’Istituto Superiore di Sanità, attraverso un vademecum contenente consigli utili per i cittadini pubblicato anche sul sito del ministero della Salute.

“I sintomi più comuni di sono febbre, stanchezza e tosse secca. Alcuni pazienti possono presentare indolenzimento e dolori muscolari, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte”.

Fonte: ministero della Salute

Da sottolineare che non tutte le persone che hanno contratto il coronavirus presentano sintomi. Alcuni possono infatti essere asintomatici, altri possono presentare sintomi lievi (bambini e giovani in primis). “Circa 1 su 5 persone con COVID-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero”, sottolinea l’Iss. 

CORONAVIRUS: CHI È PIU’ A RISCHIO?

“Le persone anziane e quelle con patologie sottostanti, quali ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti immunodepressi (per patologia congenita o acquisita o in trattamento con farmaci immunosoppressori, trapiantati) hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di malattia”.

Fonte: ministero della Salute

CORONAVIRUS: QUANTO DURA IL PERIODO DI INCUBAZIONE?

Intanto spieghiamo cos’è.

Il periodo di incubazione rappresenta il periodo di tempo che intercorre fra il contagio e lo sviluppo dei sintomi clinici. 

Fonte: ministero della Salute

Questa la spiegazione dell’ISS. Per quanto riguarda la durata gli esperti stimano un periodo lungo da due a 11 giorni, ma si può arrivare fino a un massimo di 14.

COSA DEVO FARE SE HO SINTOMI?

In presenza di tosse, febbre (in particolare se superiore a 37,5 gradi) o difficoltà respiratorie, soprattutto se si sospetta un contatto precedente con una persona affetta da Covid-19, il ministero della Salute consiglia:

rimani in casa, non recarti al pronto soccorso o presso gli studi medici ma chiama al telefono il tuo medico di famiglia, il tuo pediatra o la guardia medica. Oppure chiama il numero verde regionale. Utilizza i numeri di emergenza 112/118 soltanto se strettamente necessario.

Fonte: ministero della Salute

Sono consigli importantissimi perché riguardano la nostra sicurezza e quella degli altri. Contattare il medico di base è il primo passo da fare in presenza di sintomi. Il medico non verrà a visitarci a casa, ma proverà a tenere sotto controllo la situazione e a prescrivere i farmaci indicati tramite telefono.Sono soprattutto tre i parametri da verificare: frequenza del respiro, pressione arteriosa, saturazione dell’ossigeno nel sangue. 

Secondo i consigli forniti al Corriere della Sera dai medici di base:

Per il primo basta contare gli atti respiratori in un minuto (fino a 20 è nella norma); per la pressione arteriosa serve il dispositivo, facilmente acquistabile in farmacia. La saturazione dell’ossigeno è valutabile con il saturimetro, strumento a basso costo che, appoggiato al dito, rileva l’insufficienza respiratoria in fase iniziale. Il dispositivo è però introvabile ed è proprio per controllare questo parametro che i medici effettuano visite a domicilio. In alternativa chiedono al paziente di fare qualche gradino per intercettare difficoltà respiratorie. Chi lo possiede può utilizzare il cardiofrequenzimetro.

Fonte: Corriere della Sera

Il livello d’ossigenazione è il sintomo che può farci capire se la situazione è sotto controllo oppure no. Se scende sotto il 95% (92% per gli anziani) e cominciamo a d andare in affanno, bisogna chiamare immediatamente il medico o il 112. 

QUALI SONO I FARMACI PIù PRESCRITTI?

La tachipirina in primis, necessaria per far abbassare la febbre. In caso di sovrainfezioni si ricorre agli antibiotici. Gli antivirali invece vengono somministrati solo in ospedale. «A breve libereremo la possibilità per i medici di famiglia di prescrivere farmaci anti-Aids per il trattamento del Covid-19», ha annunciato il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini, in una intervista a Radio Capital. «Per altri farmaci, come l’anti-malarico clorochina – ha sottolineato Magrini– ci sono invece “rischi” ed è necessaria cautela rispetto ad un uso di massa». 

QUANDO SI FA IL TAMPONE?

L’indicazione ad eseguire il tampone è posta dal medico in soggetti sintomatici per infezione respiratoria acuta e che soddisfino i criteri indicati nella circolare del Ministero della Salute del 09/03/2020, tra cui: il contatto con un caso probabile o confermato di COVID-19, la provenienza da aree con trasmissione locale, il ricovero in ospedale e l’assenza di un’altra causa che spieghi pienamente il quadro clinico.

Fonte: ministero della Salute

Questo quanto spiega il ministero della Salute. In generale dunque, anche in presenza di sintomi, non è detto che si venga sottoposti a tampone faringeo. Questo sta creando diverse polemiche e, secondo alcuni esperti, la decisione di fare il tampone solo ai casi più gravi implica che nel nostro Paese i casi di positività al coronavirus siano di gran lunga superiori a quelli ufficiali. Nel corso di un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa, il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, ha affermato che “il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”.

POSSO FARE IL TAMPONE PRIVATAMENTE?

Assolutamente no. Al momento il tampone può essere effettuato solo dal personale sanitario al momento del ricovero in ospedale. Bisogna quindi fare attenzione perché stanno cominciando a diffondersi numerose truffe che parlano di tamponi fatti in strutture private e a pagamento. I prezzi, ovviamente, sono esorbitanti.

Non esistono al momento kit commerciali per confermare la diagnosi di infezione da nuovo coronavirus SARS-CoV-2. La diagnosi deve essere eseguita nei laboratori di riferimento Regionale, in caso di positività al nuovo coronavirus SARS-CoV-2, la diagnosi deve essere confermata dal laboratorio di riferimento nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità.

giovedì 26 marzo 2020

Draghi e lo scenario da guerra: “Bisogna mobilitare l'intero sistema finanziario”

ROMA. Stiamo combattendo una guerra. E durante le guerre «i debiti salgono». Dopo settimane di silenzio Mario Draghi si riaffaccia in pubblico in uno dei momenti più delicati della storia europea.

La crisi del coronavirus ha messo in ginocchio il Continente. Nove Paesi dell’area euro invocano l’introduzione di strumenti di debito comuni, ma si scontrano come sempre contro il muro di tedeschi e olandesi. Il messaggio dell’ex numero uno della Banca centrale europea, apparso sul Financial Times, è di quelli fatti apposta per lasciare il segno nel dibattito. C’è chi lo vede a Palazzo Chigi, chi già al Quirinale, chi come commissario europeo all’emergenza Covid. Draghi per il momento si limita a mandare consigli.«La perdita di reddito del settore privato e ogni debito assunto per riempirla deve essere assorbita dai bilanci pubblici. Il ruolo dello Stato è utilizzarli per proteggere cittadini ed economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile». 

Così accade nelle guerre, e poiché questa è una guerra non c’è altra strada, dice l’ex governatore: «Sono state tutte finanziate da un aumento del debito. Durante la Prima guerra mondiale, in Italia e Germania, accadde per cifre che oscillarono fra il 6 e il 15 per cento». «La questione chiave non è se ma come lo Stato possa utilizzare in maniera efficace il suo bilancio. La priorità non deve essere soltanto dare un reddito a coloro che hanno perso il lavoro. Innanzitutto dobbiamo evitare che le persone perdano il lavoro. 

Se non lo faremo usciremo da questa crisi con un tasso e una capacità produttiva permanentemente più bassi». Per proteggerli «serve un immediata iniezione di liquidità, essenziale alle aziende per coprire le spese operative durante la crisi, si tratti di grandi o piccole». Draghi dice che quanto fatto finora va bene, ma occorre fare di più. L'unico modo per evitare il peggio «è mobilitare l'intero sistema finanziario: mercato obbligazionario, sistema bancario, in alcuni Paesi anche quello postale». Più o meno è la strada tracciata dalla Federal Reserve. Ciò «va fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici». Le banche dovrebbero prestare denaro a costo zero alle imprese. In questo modo «diventerebbero «strumenti di politica pubblica» e «il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sottoforma di garanzie statali». Insomma, la recessione sarà «inevitabilmente profonda». La sfida «è agire con sufficiente forza e rapidità affinché non si trasformi in una lunga depressione, resa più profonda da una pletora di fallimenti che lascerebbero danni irreversibili». La memoria della storia vissuta negli anni Venti in Europa è lì a ricordarcelo.

Il coronavirus è anche un'emergenza psichiatrica, di cui nessuno parla Di Massimo Sandal

All’inizio la dipingevamo come una scocciatura. Con un sorriso, perfino piacevole: evviva, sto a casa, mi rilasso, mi rimpinzo di film e libri, facciamo un aperitivo in videochat, cantiamo sui balconi. Presto ci siamo accorti che stare rinchiusi per giorni, mentre fuori imperversa una strage di cui non si vede ancora la fine, non è una vacanza. Ma per molti il lockdown non è solo spiacevole o malinconico. È una bestia nera i cui morsi lasceranno ferite difficili da rimarginare.

Che l’isolamento sia un dramma per una specie sociale come quella umana non dovrebbe sorprenderci. Siamo in acque sconosciute: non abbiamo idea di cosa accada psicologicamente e culturalmente durante un lockdown nazionale, se non esteso in pratica all’Occidente intero. Ma abbiamo qualche esperienza che può guidarci. Un articolo pubblicato in questi giorni dalla rivista di medicina Lancet, cerca di analizzare e riassumere gli studi passati sull’effetto psicologico delle quarantene.

Caso vuole, tali studi sono in gran parte stati fatti in seguito a un’altra epidemia da coronavirus, che però riuscimmo a contenere: la SARS¸tra 2003 e 2005. Ne risulta che isolamenti anche inferiori ai dieci giorni possono portare a effetti a lungo termine. Ancora dopo tre anni, essere passati dalla quarantena correla con sintomi di stress post traumatico e abuso di alcool o altre sostanze.

I timori del contatto sociale che stiamo acquisendo adesso, in cui chiunque si avvicini a meno di pochi metri di distanza è un potenziale nemico, rimarranno nel tempo: comportamenti evitanti sono stati mantenuti per mesi in alcuni casi – e di nuovo, parliamo di quarantene più brevi e non globali. Gli effetti economici della quarantena -perdita del lavoro e/o di reddito- si protraggono e rischiano di peggiorare ulteriormente le condizioni psicologiche. Le donne e i giovani tra i 16 e i 24 anni sembrano i soggetti più colpiti dagli effetti psicologici della quarantena.

Questo in generale. Ma dentro le mura delle case sono bloccate milioni di persone già fragili, che rischiano danni irreparabili alla propria salute mentale, se non letteralmente la vita. Persone soggette a malattie psichiatriche come depressione (secondo l’ISTAT, nel 2015 circa 2 milioni e 800.000 italiani), ma anche schizofrenia (245.000 italiani circa), disturbi bipolari (circa 1 milione di persone), dipendenza da sostanze, demenze.

Persone per cui un regime di isolamento forzoso, in cui devono rinunciare ai contatti umani, personali o terapeutici, è un calcio verso il baratro. In un mondo dove, per di più, la salute mentale subisce ancora in comprensione e stigma. La percezione, per molti di coloro che non ne soffrono, è che non sia un malessere reale. Facile credere che possa passare in secondo piano in circostanze di crisi. Ma le malattie mentali non sono leggerezze. Uccidono. In totale le condizioni mentali nel 2016 hanno causato oltre 21000 morti in Italia.

Tutte condizioni messe a durissima prova dal lockdown. Secondo Costanza Jesurum, psicoterapeuta e scrittrice (è autrice di Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana (2015) e Fuori e dentro La Stanza (2017), entrambi per minimum fax):

“Una persona che soffre di disturbi d’ansia potrebbe provare un’ansia incontenibile, e una persona che ha un problema di alcolismo che magari aveva appena cominciato a trattare con terapia di gruppo e individuale si ritrova a bere più di quanto facesse negli ultimi tempi. È come se il lockdown fosse una prova difficile e lunga, a cui queste persone non sono preparate e che può travolgerle, perché taglia molte risorse che sono importanti.

Si teme molto un aumento dei tentativi di suicidio e un aumento degli esordi psicotici. Sono anche molto preoccupata per le famiglie gravemente disfunzionali, dove ci sia violenza verbale e fisica e dove ci dovessero essere minori costretti a subirla o ad assistervi senza poter accedere a nessun aiuto esterno.

Se lo psichiatra Maurizio Pompili ha recentemente lanciato sui media l’allarme sul rischio di suicidi futuro, secondo Corrado de Rosa, psichiatra e autore di saggi scientifici e divulgativi sull’uso della follia nei processi di mafia e terrorismo e su altre tematiche psicosociali, gli effetti sulla popolazione italiana si sono già visti. Non solo sui pazienti fragili.

Prima la corsa ai supermercati, poi quel desiderio di normalità ostentato dai selfie nei locali o nelle interviste dei ragazzi che dicevano che nessuno avrebbe potuto chiuderli in casa, poi l’assalto ai treni. Quasi che ci fosse un’incapacità ad ammettere che la vita era già cambiata. Ora i sentimenti di sfiducia, tristezza, nervosismo sono molto diffusi. L’ansia collettiva è percepibile, la diffidenza verso chi non rispetta le regole può essere fonte di tensioni.

Dovremo attenderci, fra chi soffre già di un disturbo, un rischio di aggravamento di alcune patologie, anche perché la riduzione delle attività connesse al lockdown renderà più difficili i percorsi di cura dei pazienti. Dovremo attenderci anche l’emergere di nuove forme di disagio finora latenti. In alcuni, l’evoluzione in un disturbo, spesso non diagnosticato o curato in modo inadeguato (disturbi dello spettro dello stress, ansioso-depressivi e del sonno, abuso di sostanze)”.

Un primo segno di quanto stiamo perdendo il controllo è l’impennata dei casi di trattamento sanitario obbligatorio. A Torino, da una media di un TSO ogni due giorni, con il lockdown si è passati a picchi di nove TSO al giorno. Al di là delle sofferenze umane questi numeri, se confermati altrove, implicano anche un ulteriore carico sul nostro sistema sanitario già sottoposto a uno stress inverosimile.

Sistema sanitario su cui dovevamo investire e che invece abbiamo preferito sfalciare, come denuncia Costanza Jesurum: “Esistein Italia una situazione emergenziale da prima della pandemia. I pesanti tagli alla sanità in hanno interessato i centri di salute mentale in maniera massiva: i dirigenti psichiatri e psicologi vanno in pensione ma non ci sono nuovi concorsi, contesti dove lavoravano sinergicamente professionisti diversi ora sono sulle spalle di pochi sopravvissuti che li tengono in piedi con tirocinanti e volontari. Incerte regioni può capitare di fare domanda di una psicoterapia e dover aspettare un anno.”

Non aiuta il fatto che in alcune città, come Torino, le ASL abbiano ora chiuso tutta l’attività libero professionale dei medici, lasciando numerosi pazienti nell’impossibilità di poter ricevere terapia psichiatrica. A questo si aggiunge il tracollo economico indotto dal lockdown, che sta privando o priverà molti pazienti delle risorse finanziarie necessarie per pagarsi le cure.

Non è possibile al momento immaginare di ammorbidire il distanziamento sociale: lasciar dilagare il coronavirus causerebbe un collasso inimmaginabile della salute pubblica, con conseguenze non solo in termini di vite umane, ma anche sociali e politiche che sarebbero ben peggiori. Si può discutere semmai del fatto che, presi dal panico, abbiamo chiuso le poche valvole di sfogo legittime che avevamo, come passeggiate in solitaria nei parchi, invece di cercare di gestirle evitando assembramenti. È un altro dibattito.

Dobbiamo pagare questo prezzo, però possiamo cercare di ridurlo. Come? “Non bastano le passeggiate a risolverlo, per Costanza Jesurum, perché quello che manca alle persone sofferenti, più ancora che lo spazio aperto, è lo scambio con altri esseri umani, e anche un lavoro sul loro modo di metterlo in pratica, che spesso è un problema di molte diagnosi. Per me la prima cosa è pensare a una serie di presidi pubblici in cui siano coinvolti psichiatri e psicologi.”

Corrado de Rosa, rimarcando che in questa situazione bisogna essere fermi sull’attenersi al lockdown, propone di favorire gli interventi di sostegno a distanza (telefonici e mediati dal web) e non ridurre l’assistenza ai pazienti più gravi. Per la popolazione generale, diffondere il più possibile informazioni su come orientarsi in questo momento per gestire lo stress: mantenere uno stile di vita salutare in casa, coltivare le relazioni sociali anche utilizzando Internet, limitare il tempo dedicato alle ricerche compulsive di informazioni che poi turbano, ricercare solo notizie da fonti accreditate, non gestire lo stress utilizzando fumo, alcol o altre sostanze, non avere timore di chiedere aiuto.

La speranza ora è che questo aiuto ci sia. La notte sarà lunga, in qualche modo: è necessario che la politica agisca per accendervi delle luci. O il danno alla salute mentale sarà un’altra delle cicatrici devastanti che il coronavirus lascerà su questa generazione.

 

 

mercoledì 25 marzo 2020

Trattamento anti coronavirus con il plasma approvato negli Usa

La Food and Drug Administration ha approvato il primo trattamento anti coronavirus con il plasma delle persone che sono guarite dall'infezione. Il loro sangue è infatti ricco di anticorpi che il loro sistema immunitario ha sviluppato per combattere il virus. Questo sistema si aggiunge alle varie terapie che si stanno tentando contro la Covid-19.

Cos'è il plasma?

Il plasma non è altro che la parte liquida del sangue, dove si trovano sospesi anche gli elementi corpuscolari, come i globuli bianchi, i globuli rossi e le piastrine. È costituito per oltre il 90% da acqua e rappresenta il 55% del sangue totale circolante nel nostro corpo. Al suo interno ci sono proteine, molecole organiche, ossigeno, anidride carbonica, ioni, oligoelementi e vitamine. Naturalmente ci sono anche gli anticorpi, che riconoscono una malattia che abbiamo già preso e riescono a bloccarla.

Trattamento anti coronavirus con il plasma: i primi test in Cina 

Il mese scorso i medici cinesi hanno cominciato ad usare questo metodo su alcuni pazienti, quelli colpiti in modo più grave dalla malattia. Questo trattamento potrebbe essere tra le opzioni migliori per i pazienti critici, mentre si attende che gli scienziati riescano a trovare nuovi farmaci o che i test sulle medicine già esistenti producano risultati importanti.

I medici usavano questo in passato per combattere le epidemie di influenza e di morbillo prima dell'arrivo dei vaccini. Alcuni esperti lo hanno utilizzato più recentemente per le epidemie di Sars ed Ebola.

Ora parte la sperimentazione sui pazienti critici anche negli Stati Uniti 

Ora il via libera da parte dell'agenzia del farmaco americano permette di far partire anche una sperimentazione che coinvolge una rete di ospedali degli Stati Uniti per capire se:

  1. il trattamento funzioni davvero sui pazienti più critici,
  2. possa essere usato come una protezione temporanea simile a quella di un vaccino per le persone che sono a più alto rischio di infezione.

Trattamento anti coronavirus con il plasma: perché si può essere moderatamente ottimisti

Esperti del calibro di Arturo Casadevall della prestigiosa Johns Hopkins University e Jeffrey Henderson della Washington University School of Medicine spiegano che ci sono ragioni perlomeno incoraggianti per usare il plasma. Quando una persona è contagiata da un agente patogeno, il corpo comincia a produrre gli anticorpi, che sono proteine che devono combattere l'infezione. Una volta che una persona guarisce questi anticorpi continuano a trovarsi per mesi, a volte per anni, nel sangue, e più specificatamente nel plasma.

Quindi la sperimentazione dovrà valutare se l'immissione di anticorpi anti Covid-19 nel sangue di persone malate possa aiutarli a superare la malattia.

Il plasma infuso dà alle persone un dose di anticorpi di un ex paziente, ma questi anticorpi sono solo temporanei e richiedono dosi ripetute. Ma se il test funziona il plasma potrebbe essere dato anche al personale medico che è ad alto rischio di infezione.

Quando è stato usato il plasma dei guariti nella storia?

Queste infusioni di plasma vennero usate per la pandemia della spagnolo del 1918, ma anche contro altre infezioni, come quelle di morbillo o di polmonite batterica, prima che iniziasse l'era dei vaccini e della moderna medicina.

Il Journal of Clinical Investigation all'inizio di marzo ha citato delle evidenze che i pazienti che hanno ricevuto le infusioni di plasma da persone guarite aveva un rischio più alto di sopravvivere durante la pandemia del 1918.

Nel 1935 alcuni report dettagliati di medici del tempo hanno spiegato che si riuscì a fermare un'epidemia di morbillo usando il plasma dei guariti.

Come si diceva prima, alcuni medici hanno già usato questo sistema contro la Sars nel 2002 e contro Ebola nel 2014, ma non sono stati fatti studi clinici. Il dottor Casadevall ha però affermato che il plasma ha aiutato.

Trattamento anti coronavirus con il plasma: come riusciranno ad averlo gli ospedali?

Le banche del sangue raccolgono preferibilmente il plasma dai donatori, rispetto all'intero sangue. Medici e infermieri usano il plasma negli ospedali tutti i giorni. Naturalmente esperti lo testano e lo purificano per essere sicuri che non contenga alcun virus e sia sicuro da usare.

Naturalmente in questo caso i donatori devono essere tutte persone che sono guarite dal coronavirus.

martedì 24 marzo 2020

Emilia Romagna, al lavoro i medici asintomatici

Coronavirus, medici e infermieri dell'Ospedale di Cremona (Ansa)

In Emilia Romagna i medici positivi al coronavirus ma asintomatici possono tornare al lavoro su base volontaria. L'indicazione contenuta in una direttiva della regione Emilia Romagna è rivolta alle aziende ospedaliere. Si prevede infatti il tampone per screening periodici "con cadenza quindicinale a tutti gli operatori sanitari operanti in aree covid-19 a massima diffusione al fine di definire le dimensioni delle forze lavoro in campo, nell'ottica di proporre, su base volontaristica, la ripresa del lavoro ai soggetti positivi ma asintomatici".

La direttiva, elaborata d'intesa con l'assessore alle politiche per la salute, prevede una modulazione differenziata dell'effettuazione dei tamponi al personale sanitario, sia per numero che per tempi, a seconda che siano in zone ad elevata, moderata o massima diffusione del virus. La logica, "in un'ottica di contingentazione delle risorse - si legge - è quindi quella di definire diversamente da area ad area, da situazione epidemiologica a situazione epidemiologica, le priorità per l'utilizzo dello screening virologico".

La direttiva distingue, dunque, "tre diversi scenari" nella regione con "tre diverse priorità di screening": zone di penetrazione massimale (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Rimini), zone di penetrazione elevata (Modena, Bologna), zone di penetrazione contenuta (Ferrara, Ravenna, Forli'). Anche nelle aree di elevata penetrazione, si legge, "è razionale sottoporre a screening periodico gli operatori sanitari operanti in aree covid-19 mediante diagnosi diretta, al fine di identificare gli operatori sanitari asintomatici idonee a mantenere l'attività lavorativa". Nelle aree di moderata penetrazione si prevede, invece, il tampone per screening agli "operatori sanitari esposti a pazienti con infezione diagnosticata al fine di definire l'entità della diffusione verticale (da paziente ad operatore) finalizzata a mantenere la maggior parte degli operatori sanitari covid-free e a porre in quarantena gli eventuali contagiati per evitare la diffusione inter-operatori".

Coronavirus: tutti i numeri verdi per i malati cronici

C'è chi ha bisogno di una parola di conforto, chi necessita di qualche doveroso chiarimento e chi non sa se può continuare la propria terapia. Sono tantissimi i malati cronici che in questo momento hanno bisogno di un supporto per non sentirsi soli. Il Coronavirus fa paura a tutti ma ancor di più a coloro che lottano contro una o più patologie e considerati, per questo, i soggetti più vulnerabili e a rischio. Per venire incontro alle richieste di questi pazienti, associazioni ed enti stanno attivando servizi telefonici (o promuovendo quelli già in essere) a disposizione dei cittadini. Ecco dunque tutti i numeri verdi per i malati cronici.

Diabete

La Società Italiana di Diabetologia (SID) e l’Associazione Medici Diabetologi (AMD) hanno attivato un numero verde per rispondere alle esigenze dei cittadini con diabete. Chiamando l'800.942.425, ogni giorno della settimana dalle 10 alle 18, si può parlare con un diabetologo, pronto a rispondere alle domande dei pazienti. Gli specialisti danno indicazioni generali di interesse per il diabetico ma non forniscono consulenze personalizzate in merito al percorso terapeutico.

Tumori

I malati oncologici che necessitano di assistenza psicologica possono rivolgersi a LILT che, con la sua linea verde nazionale, ascolta e conforta i pazienti in una fase così delicata per loro e il Paese tutto. La telefonata, che è gratuita e anonima, può essere fatta al numero 800.998877 da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 15.

Malattie rare

Per conoscere i bisogni e le istanze dei malati rari nel contesto dell'emergenza Coronavirus, il Centro Nazionale Malattie Rare (CNMR) dell'ISS e la Federazione Italiana Malattie Rare (UNIAMO) hanno elaborato 31 quesiti, ai quali pazienti e associazioni possono rispondere liberamente (clicca qui per partecipare). Le risposte ottenute vengono poi analizzate e utilizzate come «strumento di vicinanza ai pazienti, per far sentire loro concretamente che possono contare su una rete di supporto, anche a livello informativo» spiega Domenica Taruscio, Direttore del CNMR. Oltre a questa indagine conoscitiva, rimangono attivi altri servizi. Tra questi il Telefono Verde Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità 800.89.69.49, gratuito e attivo da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13, per dare informazioni su malattie rare, esenzioni, presidi di diagnosi e cura, associazioni. E poi c'è SAIO, il servizio gratuito di ascolto, informazione e orientamento di UNIAMO: il numero verde è 800.66.25.41 e c'è la possibilità di prenotare anche una videoconsulenza.

Asma e allergie

È sempre attivo, anche in questo periodo, il servizio telefonico di FederAsma e Allergie onlus, rivolto ai pazienti con malattie allergiche e respiratorie. Si può chiamare il numero verde 800.123.213, da lunedì a mercoledì, dalle 11 alle 13, per ricevere materiale informativo o chiedere un consulto sui diversi aspetti della malattia.

Malattie reumatologiche

Anche per chi lotta contro una patologia reumatologica c'è un servizio telefonico già ben consolidato. Si tratta del numero verde 800.984.712 dell'Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare (APMARR), attivo da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 12 e dalle 16 alle 19. Nel corso della settimana si alternano volontari, psicologi e un team dedicato alla fibromialgia, per dare informazioni e assistenza psicologica. Clicca qui per conoscere il calendario.

Aids e infezioni sessualmente trasmesse

Per avere informazioni aggiornate su Hiv, Aids e malattie trasmesse per via sessuale, si può chiamare il numero verde 800.861061 dell’Istituto Superiore di Sanità. Il servizio, attivo da lunedì a venerdì dalle 13 alle 18, offre counseling gratuito e anonimo alle persone direttamente o indirettamente coinvolte in queste problematiche.